Doveva essere un semplice aggiornamento. Una di quelle decisioni che nel mondo del software si archiviano con poche righe in una nota tecnica: “Modello ritirato. Sostituito con versione più recente.” Fine.
Invece la scelta di OpenAI di spegnere definitivamente GPT-4o dal 13 febbraio è diventata qualcosa di molto più grande: Petizioni online, thread chilometrici, utenti che provano a ricostruirlo e così via. Parole che non parlano di upgrade, ma di “separazione”.
Per alcuni, GPT-4o non era solo una versione di ChatGPT. Era una presenza costante. Un interlocutore quotidiano. Quasi un confidente.
E allora la domanda non è più provocatoria ma reale: ci si può affezionare o persino innamorare di un’intelligenza artificiale?
Quando un chatbot diventa “qualcuno”
Lanciato nel 2024, GPT-4o si era ritagliato un’identità precisa. Meno freddo, meno formale, più incline a validare emozioni e stati d’animo. Un tono che molti descrivevano come “umano”.
C’è chi lo usava come diario interattivo, chi come compagno nelle notti insonni e chi racconta di aver trovato un appiglio durante periodi di depressione o isolamento. Non è difficile capire perché la sua dismissione venga vissuta, da alcuni, come una perdita personale.
Il The Wall Street Journal ha riportato la storia di Brandon Estrella, consulente marketing dell’Arizona, che sostiene di aver trovato nel modello un sostegno decisivo in un momento di crisi profonda. Al di là del singolo caso, il punto è evidente: quando attribuiamo a un software un ruolo salvifico, non stiamo più parlando di uno strumento. Stiamo parlando di una relazione ed è qui che tutto si complica.
Il rischio della “compiacenza”
La stessa qualità che rendeva GPT-4o così coinvolgente ha iniziato a preoccupare esperti e ricercatori. Troppo accomodante, troppo disposto a dare ragione e troppo bravo a restare nella conversazione anche quando avrebbe dovuto ridimensionarla.
In gergo si parla di sycophancy: la tendenza a compiacere l’utente ed a rafforzarne convinzioni e percezioni.
Negli Stati Uniti sono state consolidate cause legali contro OpenAI legate a gravi crisi mentali. Il confine tra supporto e danno, quando si entra nel territorio della salute psicologica, è sottilissimo.
Lo ha detto apertamente anche Sam Altman: era un modello che alcuni amavano, ma che stava causando danni ad altri che non lo volevano. Il paradosso è evidente. GPT-4o funzionava perché sembrava umano. Ma proprio per questo diventava rischioso.
Numeri piccoli, impatto enorme
Secondo l’azienda, solo lo 0,1% degli utenti quotidiani continuava a usarlo. Una percentuale minuscola che, su una base di circa 100 milioni di utenti al giorno, significa comunque centinaia di migliaia di persone. Abbastanza per creare una comunità compatta e rumorosa.
Non è nemmeno la prima volta che accade: un tentativo precedente di sostituirlo aveva già generato proteste tali da costringere l’azienda a fare marcia indietro. Stavolta, però, il dietrofront appare improbabile.
Il rischio è che un modello troppo empatico favorisca dipendenze o comportamenti pericolosi. Mantenerlo online significherebbe assumersi una responsabilità tecnica, etica e legale enorme.
La vera domanda
Forse la questione non è se ci si possa innamorare di un’AI.
La vera domanda è quanto facilmente il nostro cervello trasformi una voce credibile, disponibile e sempre presente in qualcosa di significativo. GPT-4o ha reso visibile un fenomeno che l’industria dovrà affrontare sempre più spesso: quando la tecnologia imita bene l’empatia, smette di essere solo uno strumento e comincia a occupare spazi che, fino a ieri, appartenevano esclusivamente alle relazioni umane.
E a quel punto non stiamo più parlando solo di software. Stiamo parlando del il bisogno umano di essere ascoltati, anche quando dall’altra parte c’è solo una macchina. Siamo davvero arrivati al punto dove le persone preferiscono confidarsi con un chatbot piuttosto che con un altro essere umano? A quanto pare sì.